Living Better guarda lontano.
L’esperienza di rete e le collaborazioni attivate per lo sviluppo del progetto in occasione del bando Territori inclusivi promosso da Compagnia di San Paolo, sono un progetto ma prima ancora l’avvio di un processo.
Il partenariato che si è costituito è profondamente convinto della necessità di condividere pratiche che possano diventare strumenti operativi per una gestione più efficace e continuativa dei servizi che si rivolgono alle persone più fragili.
Perché la qualità delle iniziative e dei progetti, le tante energie che si attivano devono prima di tutto produrre impatti positivi e ricadute concrete.
Il progetto si propone quindi di perseguire, quale obiettivo di ogni singola azione, la messa a sistema della rete territoriale, il rafforzamento delle relazioni, il miglioramento e la diffusione di competenze, la condivisione di linguaggi, strumenti e strategie innovative.
Manifesto
Living Better si propone di elaborare e promuover un “manifesto” quale espressione delle responsabilità e degli impegni che la rete intende perseguire a favore dei cittadini più fragili e del loro territorio. Un documento che vuole esprimere e rappresentare principi e metodologie a cui riferirsi per promuovere una reale cultura inclusiva.
1. Non si parte dai bisogni, si parte dalle persone
Crediamo che ogni intervento sociale debba partire dal riconoscimento della persona nella sua complessità, non dalla sua etichetta, né dalla categoria in cui è stata inserita. “Migrante”, “fragile”, “anziana”, “povera”, “neurodivergente”, “con disabilità”: tutte queste definizioni possono aiutare a leggere una situazione, ma non devono ridurre la persona.
Ogni relazione, anche quella d’aiuto, è uno scambio che riconosce l’umanità di chi incontriamo. I linguaggi che usiamo – “beneficiarə”, “utente”, “paziente”, “caso” – possono avvicinare o allontanare. Per questo scegliamo parole che rimandano sempre alla persona nella sua complessità: non operiamo “per” qualcunə, ma “insieme a”.
2. Ascoltare per agire meglio
L’ascolto è il fondamento del lavoro, non una fase. Ascoltare significa riconoscere i propri stereotipi e pregiudizi, il proprio posizionamento culturale e politico, così come i propri privilegi. Ascoltare è accettare la lentezza dei processi umani, sospendendo gli automatismi per riconoscere davvero la sofferenza dell’altrə e poter personalizzare gli interventi, adattarli, modularli e costruirli con l’altrə. L’ascolto genera corresponsabilità: nessunə può essere aiutatə contro la propria volontà. Le persone devono poter essere autrici del proprio percorso, anche sbagliando. E noi dobbiamo essere dispostə a sbagliare con loro, senza giudizio, per poi ripartire insieme.
3. Accogliere anche ciò che è fuori dalle scatole
Chi non rientra nelle “categorie” spesso viene lasciatə ai margini. Siamo abituatə a lavorare per target, progetti, codici, checklist. Ma la realtà è fluida, intersezionale e mutevole. Servono strumenti operativi che non semplifichino ciò che è complesso. Che non ignorino o neghino le differenze di origine culturale o etnica né che le riducano a determinismi fissi. Accogliere le differenze (di genere, culturali, generazionali, di abilità, esperienziali etc.) come valore, non come ostacolo.
Le differenze esistono, sono importanti e arricchiscono tuttə.
4. Un welfare dell’essere, non solo del fare
Il benessere non si esaurisce nei bisogni materiali. Un welfare che funziona è quello che considera anche ciò che non si misura facilmente: relazioni, cura, spiritualità, arte, svago, appartenenza, senso, bellezza. Le persone ritrovano benessere e possibilità grazie a un pacco alimentare o a una casa, ma anche grazie a luoghi di comunità, relazioni significative, occasioni culturali, possibilità di partecipazione attiva alla vita sociale.
5. Prendersi cura anche dellə professionistə
Chi lavora nel sociale affronta carichi emotivi, fatiche, isolamento, burocrazia, limiti sistemici. Non possiamo svolgere un lavoro di cura se per primə non veniamo curatə. C’è bisogno di spazi di confronto, di formazione continua, di supervisione, di tempo per la riflessione e la co-elaborazione. Una rete che funziona è anche quella che permette allə operatorə di non sentirsi solə.
6. Connettersi per non disperdere energie
Troppo spesso ci si muove come monadi. Conoscersi, parlarsi, coordinarsi, creare canali preferenziali tra servizi e tra enti, permette di risparmiare tempo, evitare doppioni, essere più efficaci. Un territorio che funziona è un territorio dove chi lavora si riconosce, si incontra, si ascolta e condivide informazioni, strumenti, riferimenti, contatti, pratiche.
Siamo un organismo unico, non un insieme di uffici, sigle, operatorə o progetti isolati.
7. Spazi riconoscibili, accessibili e inclusivi, fisici e simbolici
Non basta avere servizi: devono essere visibili, raggiungibili, accoglienti. Gli spazi condivisi tra servizi generano contaminazione positiva e facilitano la collaborazione tra colleghə. Anche per l’utenza diventa più semplice orientarsi, trovare risposte, sentirsi a proprio agio. L’accoglienza non è solo una modalità, è anche una scelta architettonica, organizzativa, simbolica.
8. Più tempo per le relazioni
Il tempo è il bene più prezioso. Per incontrare, per ascoltare, per adattare, per accogliere davvero, serve tempo. Il tempo delle relazioni non è un lusso, è un ingrediente essenziale del nostro lavoro. Difendiamo il tempo della cura, il tempo della parola, il tempo dell’osservazione. Non vogliamo più pensare che “stare in relazione” sia tempo perso.
9. Cultura come leva di inclusione
L’arte, la narrazione, il gioco, il teatro, la musica, la poesia, la spiritualità, la creatività non sono decorazioni. Sono linguaggi universali che favoriscono l’incontro, la consapevolezza, la dignità. L’inclusione non è solo una procedura, è un orizzonte culturale. E la cultura è il ponte che permette di passare da una presa in carico a una presa in relazione.
10. Non ti lascio solə
Il nostro lavoro è esserci, anche dopo che la pratica è chiusa. Il follow-up non è un optional: è parte integrante dell’accompagnamento. La presenza non episodica, la continuità, la cura che non scade fanno la differenza.
L’obiettivo non è solo trovare una soluzione, ma costruire fiducia, accompagnare nella durata, lasciare aperta la porta.
Come operatorə, come enti, come servizi, come parte attiva di questo territorio, ci impegniamo a:
> promuovere pratiche inclusive, accessibili e non giudicanti;
cedere potere, favorire autodeterminazione, riconoscere la competenza delle persone;
> lavorare in rete, superare le categorie e gli schemi rigidi;
accogliere la complessità, valorizzare le differenze;
usare parole che generano rispetto, relazioni che generano fiducia;
> essere presenti, esserci, con tutte le nostre possibilità, e anche nei nostri limiti.
Questo Manifesto è aperto.
È una traccia, non un protocollo.
È una promessa, non una regola.
È uno strumento per ricordarci che stiamo provando, insieme, a vivere e lavorare BETTER.
Il tavolo di regia
Il tavolo attivato con il progetto Living Better si propone come luogo aperto di confronto e collaborazione tra i diversi soggetti istituzionali e comunitari.
Intende favorire la creazione di una cultura comune, il consolidarsi di prassi condivise, lo scambio di dati e informazioni, una mappatura costante dei servizi.
Parlano di noi
In questa sezione raccogliamo articoli, interviste e racconti pubblicati da chi ha scelto di parlare di noi. Che si tratti di stampa locale, blog di settore o semplici testimonianze, qui trovi uno sguardo esterno su ciò che facciamo, su chi siamo e sul valore che cerchiamo di portare ogni giorno!
